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Full text of "La Conciliazione"

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L. TOSTI 



LA CONCILIAZIONE 



Terza Edizione 



155 



KOMA 

L. PASqUALfCCl, EDITORK 

1887 



HARVARD ,,,.,,,GooQle 
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HARVARD LAW LIBRARY 



Received 




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LA CONCILIAZIONE 



Terza Edizione 



KOMA 
L. Pasqualucci, editore 

1887 



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Proprietà riservata per tutti i diritti. 



Tipografia della Camera dei Deputati 
[Stahilimenti del Ftbreno), 



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In una terrìcciuola dell'antico reame di Napoli era un parroco, 
di cui non posso dire il nome. Veramente cattolico, buon sacer- 
dote e del suo ufficio tenero assai. I terrazzani lo amavano e lo 
veneravano come padre, perchè alla dottrina, che predicava la 
domenica dall'altare, aggiungeva la pratica. Voleva bene a tutti 
e voleva che tutti si amassero in Gesù Cristo. Asciugare una la- 
grima, comporre un litigio, mettere la pace in una famiglia va- 
leva per lui più di un vescovado. E poiché .in questa parte del 
suo ministero riusciva sempre a bene, era l'uomo più felice di 
questo mondo. Aveva sempre la pace nella mente, nel cuore e sul 
labbro, e non voleva vederla manomessa e bandita dall'ingorda 
tirannia del mio e del tuo. Chi primo la recò sulla terra era po- 
vero, e povero era D. Pacifico. Tale è il nomignolo che gli fu 
imposto nel battesimo della pubblica opinione, e così lo chiame- 
remo ancora noi. Non era egli un'arca di scienza: poca roba ed 
incomposta gli avevano dato ad imparare nel seminario dioce- 
sano. Ma il caso lo strinse di amicizia ad un frate, che fii per la 
sua mente una provvidenza. Costui aveva la cella nel suburbio 



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— 4 — 

della piccola terra: uomo dotto, pratico del mondo, perchè antico 
missionario, dialettico terribile. I suoi argomenti nel ragionare 
erano catene, da cui non si scappava. 

Nei campestri ritrovi vespertini D. Pacifico s'incontrava sem- 
pre con lui; e ragionando e disputando delle cose di questo 
mondo, strappava dal frate ogni dì una boccata di quella scienza 
che non si trova negVinfolio delle biblioteche, ma nel libro del- 
l' umano cuore. Su questo libro adunò D. Pacifico tutte le forze 
del suo ingegno ad investigare il perchè delle umane azioni. Tro- 
vatolo, mveni! soleva dire a sé stesso, e non posava se non quando 
uncinandolo con la sua logica, e tirandolo su tutte le conseguenze, 
arrivava ad un giudizio finale, che spesso aveva del profetico. 

Con le donne usava modestamente e senza ruvidezza, in chiesa. 
In casa non le voleva. Il vecchio sagrestano Nicodemo gliela 
governava. Amava l'infanzia; e la più dolce delle sue cure par- 
rocchiali era quella di avviare presto i fanciulli al bene e pie- 
gare i loro colli al giogo del dovere. Li voleva sempre con se, 
sempre in casa; ma, una volta dentro, quei piccoli ospiti addive- 
nivano poco evangelici. La sconvolgevano, la rovistavano, pren- 
devano il meglio, imbrogliavano i segnali del breviario, lor- 
davano d'inchiostro i suoi occhiali. — Libero Stato in libera 
Chiesa. — Non se ne adirava D. Pacifico, anzi ne godeva, pur- 
ché fossero stati buoni in chiesa. Se poi scivolavano nell'orto 
parrocchiale, guai! Nicodemo sgridavali: 

— Ah! monellacci, non sapete che è roba di chiesa? 
E D. Pacifico, sorridendo dalla finestra, diceva: 

— Lasciali un po' fare, Nicodemo, così mi verranno domenica 
più contenti alla dottrina cristiana. 

L'amore della pace governava tutti i suoi giudizi; e li teneva 
dentro fino a che non era certo che uscendo all'aperto non aves- 
sero svegliate gelosie di partito e ire di dispute politiche. Ea- 



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— o 



gionava e non voleva contendere. Di partiti non voleva sapere ; 
gli abborriva come peste. I partiti e le sette, diceva spesso, sono 
i capitali nemici della libertà del nostro pensiero; dissennato 
chi vi s' imprigiona, sacrilego chi crede farne una cittadella alla 
Chiesa. E aveva ragione. Perciò nelle sue conferenze parrocchiali 
il pensiero gli nasceva dalla mente e gli sgorgava dal cuore, libero, 
immacolato di rancori, senza chiedere licenza a questo o a quel 
partito, a questa o a quella opinione. La verità evangelica, quale 
ci è insegnata dalla madre Chiesa, era la sostanza dei suoi di- 
scorsi, la carità n'era la forma, e la sua parola semplice, alla 
buona, penetrava senza lacerare. Non bieche allusioni partigiane, 
non frizzi, non mordaci ammonizioni che vanno più alla carne 
che allo spirito del peccatore, e che non stanno bene nella casa 
di Dio. Liberali e retrivi lo ascoltavano con piacere, e, a pre- 
dica finita, all'uscio della chiesa tutti si stringevano l'un l'al- 
tro la mano, amici più di prima. Pareva che non vi fossero più 
partiti. 

Il vescovo diocesano di D. Pacifico era un vecchio di gran 
pietà e di poca scienza. Chiamato a reggere le anime dal favore 
del suo sovrano ed eletto vescovo per la grazia di Dio e dell'Apo- 
stolica Sede era il più fedele servitore della monarchia napole- 
tana. Primo ai baciamani di corte, prodigo di Tedetim, pronto 
anche al martirio per quella che egli chiamava la buona causa. 
Il terremoto politico del 48 gli sconcertò quell'equilibrio di 
giudizio tanto necessario a tenersi in piedi nei conflitti degli 
umani casi. Da una parte era la rivoluzione e Pio IX che bene- 
diceva ai vagiti di una nuova Italia, ancora nascosta sotto il 
mantello dei cospiratori; dall'altra le vecchie monarchie italiane 
che presentivano la morte, come gli alberi che stridono e inaridi- 
scono prima che arrivi la lava vesuviana. Monsignore stette in 
due, affannò molto, poi a capo fitto si gittò in braccio alle mo- 

2 — LA CONCILIAZIONE. 



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narchie e non volle sapere di altro. IJicono che in quello slancio 
Pio IX gli apparisse sotto fonne poco ortodosse. Ma furono tenta- 
zioni senza consenso. I tempi mutarono: e nella mente di Mon- 
signore rampollò un nuovo dogma; la identificazione del trono 
e dell'altare; e per logica violenza entrò nei consigli di una 
terribile reazione. * Nello stesso turibolo bruciò l'incenso di Dio 
e dei monarchi. 

D. Pacifico non ne bruciò che uno: quello di Dio. Spiacque 
al vescovo. Non fu dissidio tra loro; ma neppur simpatia: ne ru- 
giada di beneficii ecclesiastici inaffiò mai l'arida prebenda della 
sua parrocchia. D. Pacifico fu tollerato: e al buon prete bastava 
la tolleranza a non uscire dalla tranquilla meditazione degli av- 
venimenti che luttuosi si svolgevano anche nella sua parrocchia. 
Ne aveva già trovato il perchè; ed ora non faceva dì e notte che 
esplorare la genealogia dei loro effetti. Già vedeva da lungi molte 
cose... molte cose... e tra queste vedeva sorgere nel- firmamento 
politico, conile una cometa crinita, la Quistione Bmnana, Da quel 
dì l'animo di D. Pacifico prese abito apocalittico, e la clausura 
dei suoi giudizii politici su l'Italia fu più rigida. Intorno a lui 
«jrano lamentazioni e guai per la bufera della reazione politica. 
Gli sanguinava il cuore; e, quasi a sfuggire le abbominazioni 
della terra, spesso ascendeva con lo spirito il monte, dal quale 
fu la prima volta annunziata la beatitudine a quelli che piangono: 
Beati qui Ingente Su questa sentenza sermonò in una domenica. 



* Se vi fu in quei tempi neU' Episcopato napoletano qualche colpa da compian- 
gere, fu anche molta la virtù da ammirare. Tra i vescovi eletti nel fuoco delle 
ire politiche, oltre i morti, due personaggi giunsero sino a noi immacolati di pec- 
cato politico : Celesia e Dusmet. L'uno meritamente levato agli onori della romana 
porpora, arcivescovo di Palermo, l'altro arcivescovo di Catania, esempio di pasto- 
rale carità. Ambedue alunni della scuola benedettina da cui appresero a pensare 
senza odiare. 



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— 7 - 

Tutto il popolo lo ascoltava; e fu tale la effusione del suo cuore, 
che i nascosti giudizii politici, come i bimbi che si affacciano alla 
finestra della scuola a dispetto del maestro, si affacciarono dal suo 
pergamo senza parlare; ma tutti l'intesero. Allora molte pupille 
lagrimose si levarono, ed incontrarono quelle di D. Pacifico. Molte 
però si abbassarono ; e in quel dì fu scisma tra gli uditori. Al- 
l'uscire dalla chiesa non tutti si strinsero la mano, e fu qualcuno 
che disse: D. Pacifico è liberale. 

Questa voce corse per la terra, e giunse al vescovo che era 
per chiamare D. Pacifico ad audiendum verbum, quando il can- 
none di Magenta l'uccise di crepacuore. La sua sede, come tante 
altre, rimase vota per alcuni anni; e il buon parroco nulla ebbe 
a temere dal Vicario capitolare, liberale davvero ed anche troppo. 
Ma timori di altra specie lo assalirono e lo fecero trangosciare 
per la spirituale salute del suo ovile. I legittimi principi spode- 
stati, r invasione delle provincie pontificie, il brigantaggio difen- 
sore dell'altare e del trono, furono come una selva selvaggia, per 
la quale erravano sbrancate le sue pecorelle, e non trovavano più 
la via dell'ovile. Egli accorreva a pararle ; diceva a tutte parole 
di rassegnazione e di pace. Ma quatido se le abbracciava, tutte 
sentivano che l'italiano ed il cattolico duellavano nel cuore di lui, 
e che anche D. Pacifico non trovava la via. Amava la sua madre 
patria e non la voleva smembrata e preda di forestiere libidini, 
<5ome non la voleva Pio IX: l'idea dell'unità nazionale gli ve- 
niva dal sangue che gli correva per le vene. Ma un solo affetto 
superava ogni altro, quello della devozione alla madre Chiesa. 
Queste due madri, a cagione del temporale dominio dei papi, la 
Chiesa e l' Italia, si contendevano al cospetto di Dio il portato 
delle loro viscere. Perciò quella idea nazionale di D. Pacifico era 
<5ome una vergine che, genuflessa innanzi al suo vescovo, curva il 
capo ed aspetta la cesoia che la faccia monaca. 



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— 8 — 

Ma non tutti avevano la sua abnegazione. Molte pecorelle^ 
per disperazione di un accordo tra quelle due madri, trasanda- 
rono lo steccato del suo ovile parrocchiale e andarono a forni- 
care coi lupi, che poi le divorarono. Quanto ne pianse il buon 
parroco! Quelle che rimasero dentro facevano pietà: incerte, 
accasciate, tremanti ; perchè quanto era accaduto in Italia, era 
un peccato contro giustizia, e l'aere era pregno di anatemi. Il 
confessionile, il letto dei moribondi era per D. Pacifico un vera 
letto di Procuste. Bisognava strappare da cuori italiani V Italia, 
perchè peccatrice, quell'Italia da lui tanto sospirata, e che ora la 
prima volta gli veniva innanzi francata di catene e con corona di 
regina. Bisognava sconoscere quella monarchia che l'aveva re- 
denta, perchè usurpatrice della roba di S. Pietro; doveva esul- 
tare sulle sue sventure, piangere dei suoi successi, imprecarle la 
morte. Quale martirio! Stanca, infralita l'anima gli andava man- 
cando, e la carne soffriva. 

D. Pacifico lentamente infermava. La scodella del suo cibo 
quotidiano rimaneva qualche volta intatta sul desco. 

— Via, D. Pacifico, una cucchiaiata per amor mio — gli diceva 
l'addolorato Mcodemo. Ed egli : 

— No no, Nicodemo mio, non va, non va — e si scioglieva il 
tovagliolo dalla gola. 

I suoi sonni erano brevi e rotti da veglie angosciose, ripen- 
sando alle agonìe di molti che non vollero ritrattare opinioni^ 
restituire beni di chiese, e ai conseguenti rifiuti della ecclesia- 
stica sepoltura. 

In una di quelle veglie più prolungate, ravvolgendo nell'anima 
gli avvenimenti d'Italia, per quell'abito apocalittico, che sopra 
ho toccato, egli rivide nel firmamento politico la cometa della 
Quistìone Bómana, stargli proprio sul capo e mandar sangue dal 
crine. 



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— 9 — 

— Dio miol, esclamò, che sarà di queste povere anime che 
dovrò un giorno, indegno loro pastore, presentare al tuo tribunale? 

Accese la piccola lampada notturna, che per la sua tremula 
luce pareva che desse moto alle membra di un Crocifisso di 
legno, appeso incontro al suo letto: si drizzò a mezzo, ed affisan- 
dolo con non molte lagrime, come vivo a vivo, gli disse: Ne ira- 
scaris in finem! Ricadde e si addormì di quel sopore che lascia 
la notte, nell'andarsene, su le pupille che piansero assai. 

Dormiva D. Pacifico, quando ad un tratto gli fu rotto il sonno 
da un insolito tumulto di gente che si ravvolgeva per le viuzze 
della terra, ^briaca di gioia. Grida, applausi, petardi, e fin le due 
campanelle della parrocchia senza licenza facevano capriole sonore. 
Due tromboni, bolsi ma feroci, lanciavano ai quattro venti l'inno 
di Garibaldi, e una turba di monelli con bandieruole tricolori 
gridava a squarciagola: Viva l'Italia! VivaEoma! Desto così 
brutalmente, D. Pacifico balzò di letto, infilò la zimarra e fu 
lesto alla finestra: — Tranquilli, figliuoli, tranquilli — andava 
dicendo a quei trionfanti. Ma quella fu la prima volta che la 
sua voce si perse nell'aria inascoltata. Tutti erano tratti da una 
forza istintiva verso Roma, che distava le centinaia di miglia. 
Allora si volse alla scala per discendere nella via a sapere che 
fosse, ma intoppò in Nicodemo, che trafelato, impazzito anche lui, 
con un giornale alla mano, gli disse : 

— Sono entrati, sono entrati ! 

— Dove? 

— In Roma! 

— Chi? 

— Gli italiani! 

— L'aveva previsto, disse D. Pacifico, ma non così presto. 
Gittò sul tavolo il giornale e discese in via. Interrogava, e nes- 
suno gli rispondeva, tutti gridando: Viva Roma! Tornò in casa, 



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— 10 — 

e letta la gran novella, vi meditò sopra lungamente, mentre poco 
a poco andava per la terra abbonacciando quell'orgia trionfale. 



La breccia di Porta Pia nel dramma della rivoluzione italiana 
fu come l'epilogo d'una predica che ad alcuni commuove gli af- 
fetti, e ad altri fa guardare l'uscio della chiesa per andarsene. 
In Eoma la commozione degli affetti nei vincitori fu grande; ma 
nessuno guardò la porta per andarsene. Vinti e vincitori rima- 
sero insieme: il Papa al Vaticano, e il Re al Quirinale. Del 
sangue sparso tra zuavi e italiani non rimase macchia. Roma 
abbonda di acqua. Ma i rancori tra le due parti incrudirono, e 
il Non posswmis di Pio IX fu una lapida sepolcrale ai piedi 
della quale si assisero piangendo le due madri, Italia e Chiesa, 
aspettanti il dì della risurrezione. 

A quei dì il pensiero di una possibile conciliazione tra il Va- 
ticano e l'Italia era un peccato, e D. Pacifico non lo commise. 
Spesso gli si affacciava alla mente sotto le sembianze di angelo 
di luce, che con il ramoscello di olivo in mano gli sussurrava al- 
l'orecchio: Pace, pace! Quegli che si chiamava Pacifico ne pro- 
vava dilettazione; e lo avrebbe abbracciato, se l'occhio del par- 
roco non avesse veduto sotto la veste angelica la coda del 
demonio della ribellione ai voleri papali. La conciliazione fu 
chiusa da lui nel carcere cellulare dei suoi giudizi politici fino a 
che visse Pio IX. 

Questo singolare Pontefice se ne morì, lasciando nel libro della 
storia scritto il Viva Pio IX del quarantotto e il Nonpossiimus 
del settanta; vale a dire che egli era stato nelle mani di Dio 
uno strumento della vivificazione e della espiazione dell'Italia, i 
due elementi che chiudono il ciclo storico delle nazioni. Egli fu 



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— 11 — 

inondato di gloria al quarantotto, egli svegliò dal tumulo dei 
suoi dolori la nostra Italia, che, innocente, nuova all'ebrietà 
della vita, si afferrò alla sua clamide temporale per tenersi in 
piedi, e gliela lacerò; ed egli, ministro di Dio che mortifica e 
vivifica, la flagellò di anatemi, la maledisse ad scHutem e se ne 
andò al cielo per mandarle un perdono, che la giustizia degli 
uomini non gli aveva consentito concederle sulla terra. 

E venne il perdono : Gioacchino Pecci fu Papa. Leone XIII 
voltò le spalle al Castel Sant'Angelo per benedire solo i fe- 
deli che si affollavano in S. Pietro, perchè su la Mole Adriana 
spiegava l'ala del dominio la bandiera di Savoia. Ma quella fu 
una benedizione solamente liturgica. Un'altra egli ne dette dalla 
cima del cuore a tutto il mondo, non udita, ma sentita dalla 
pubblica coscienza che lo salutò Principe della pace. 

Allora D. Pacifico incominciò a vedere su la lapide del Non 
posstimus come una striscia bianca pel cielo, un non so che di 
antelucano che ad ora ad ora si andava incolorando di quel 
vermiglio che fa sentire vicino il nuovo dì. E coipe gli venivano 
a mano le Encicliche del nuovo Papa, e me vedeva l'anima già 
procedente all'impero dell'universale concordia, chiamò all'aperto 
la nascosta idea della conciliazione ; la vagheggiò, la careggiò 
senza rimorsi, e illaqueata dalla sua logica, la trasse ai limitari 
della storia, perchè divenisse un fatto. Era in queste medita- 
zioni D. Pacifico quando venne a scuoterlo un invito del suo 
vescovo che voleva parlargli. La metropoli della diocesi non era 
lontana, e il dì appresso, messosi a nuovo e rinfrescata un po' 
la tonsura, in tre ore fu alla presenza del suo pastore. Nessun 
sospetto di probabile censura lo turbò per via, perchè di nulla 
lo accusava la coscienza, è chi lo chiamava era stato eletto ve- 
scovo per la sala grazia di Dio e dell'Apostolica Sede. 

— D. Pacifico, incominciò Monsignore sorridendo, vi chia- 



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t 
— 12 — 

miamo con «questo nome che vi ha conquistato il santo amore 
della pace in tempi di miiversale iracondia. 

— Non mi confonda, Monsignore, con lodi che io non ho 
mai meritato, rispose il buon parroco, abbassando gli ocelli per 
trincera modestia. 

— Il giudizio del bene e del male dei nostri figli spirituali 
spetta a noi. Siamo contenti di voi; e, per darvi un segno dellu 
nostra stima e fiducia, oggi vi abbiamo chiamato alla nostra 
presenza. Prestateci ascolto. 

— Ogni parola sarà un comando, Monsignpre. 

— A voi sono note le tribolazioni, con cui è piaciuto al Si* 
gnore provare in questi ultimi tempi la sua Chiesa. 

— Pur troppo ! 

— ¥on vogliamo farvene la storia; voi la conoscete : vogliami^ 
solo accennare al terribile dissidio tra il Vaticano e l'Italia, per 
cui tante anime che non sono entrate per la breccia di Porta Pia, 
piangono e gemono. 

— Ali! Monsignore!... e nel dir questo una lagi'ima spuntò 
dagli occhi di D. Pacifico, che a vederla, anche l'avYoeato del 
diavolo l'avrebbe canonizzato per santo. 

— Il S. Padre è stanco di questa inimicizia, e la sua bontà 
ha sì granai braccia, a simiglianza di quelle del suo divino mae- 
stro, di cai tiene le veci in terra, 

" Che prende ciò che si rivolve a lei. „ 

Questa reminiscenza dantesca fece sorridere D. Pacifico cho 
nelle ore di riposo soleva spigolare nella Divina Cmmmditf 
qualche frase o pensiero. Ne usava nelle prediche solenni. 

— Tra queste braccia egli vorrebbe stringere questa nosti*a 
Italia e riversarle nel cuore tutta Panima sua, la quale non pensa, 



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- 13 -• 

non desidera che vederla florida, gloriosa, e, come vite abbrac- 
ciata al suo seggio, dare frutti di vita eterna. 

— Che Iddio lo benedica! 

— Leone XIII desidera conciliazione e pace; egli brama sug- 
gellarla nell'anno della universale esultanza pel suo sacerdotale 
Giubileo, ascendere la prima volta all'altare di S. Pietro, aprire 
di nuovo il libro della liturgia papale, chiuso per sedici anni 
€0i suggelli dell'anatema, offrire l'ostia di propiziazione e di pace 
al padre delle misericordie, e nel nembo delle benedizioni che in 
quell'ora gli pioveranno sul capo, benedire anche egli e per- 
donare. Questo sarebbe per lui un sorso di quel gaudio, di che 
inebrierà un giorno alla vista di Dio. 

— Sarebbe un paradiso terrestre! 

— Vedete, D. Pacifico: i giornali che si dicono ispirati dal 
S. Padre, e che certo si stampano col suo beneplacito, non ac- 
cennano che a questo; anzi apertamente vanno gridando: Pace 
pace, pace! E nel dir questo. Monsignore spiegava qualche nu- 
mero ieìV Osservatore e del Moniteur de Rome^ e ne leggeva 
qualche brano. 

— Ma queste sono opinioni di giornalisti... Adagio, Monsi- 
gnore! 

— No, no, D. Pacifico, sono quelle del Papa e dell'episcopato. 

— Si dice!... 

— Non lo credete?... Ah! D. Pacifico, a voi si attagliano 
quelle parole del vangelo : Nisi videritis signa et prodigia, non 
creditis. Volete forse un miracolo, un prodigio per credere? 
Eccolo. 

— Dica, dica. Monsignore. 

— Un prodigio teste è avvenuto a Firenze al cospetto di tutto 
il mondo. Nelle feste fiorentine per lo scoprimento della facciata 
di S. Maria del Fiore le due potestà, ecclesiastica e civile, si sono 



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• - 14 — 

iiicoiitrute, dopo sedici anni di separazione, nella casa di Colui 
dal qualu 8i emana ogni potere sulla terra. Umberto I, Re dltalia^ 
fu incontrato alli^ soglie di S. Maria 'del Fiore dair Arci vescovo 
ti trentino. L'unto del Signore, il pastore delle anime, e il Ke di 
Italia si assisero Tuno incontro all'altro. Ambedue convolti dagli 
splendori della cattolica liturgìa, ambedue inebriati dall' Osanna 
di una l'erta italiana e cattolica, nella nube dei mistici incensi si 
parlaronot sMntcsero, e non osarono abbracciarsi. Ma quando 
rArciveiàcova fiorentino levò la mano a benedire il Ke d'Italia, 
Leone XIU gli sorresse libraccio a farlo. Umberto 1 fn benedetto 
dal Papa, Quella benedizione in specie di colomba fe'cadere sul 
nipo delle due potestà il ramoscello della pace, e si abbracciarono. 

— Abbracciarono!... mi sento morii^ dalla gioia. 

— Sì, si abbi'aeciarono ; perchè quello che Iddìo congiunse 
noti yi separa dall'uomo. 

— E che sarà a S. Pietro ? 

— Adagio, D. Pacifico ; Firenze non è Koma. 

— Non è uno il Pontefice ? 

— Sì\ ma sono molti gl'intoppi, innanzi ai quali la carità di 
Leone XI li impaziente si arresta, aspettando da Dio che li spiani. 
] suoi ocL'hi sono levati al cielo ; ma ad ora ad ora si volgono in- 
torno a cercare il consiglio degli uomini! Le vie della Provvi- 
denza non sono tutte soprannaturali. Noi siamo umilmente sog- 
getti al suo magistero, e ad un tempo le anime nostre sono 
conglutinate air anima sua, come figli al padre. Perciò non basta 
ad un vero cattolico la obbedienza ai suoi precetti ; è anche me- 
stieri vagheggiare quanto a lui piace, aprir la via ai suoi desi- 
deri, preveniiii, secondarli. Per noi vescovi, messi da Dio a reg- 
gere la sua Chiesa, rifluisce dalle membra al capo lo spirito di 
consiglio per Valveo delle apostoliche tradizioni. È nostro debito 
dì seguire il supremo Pastore non come muto annento irragio- 



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— 15 — 

nevole ; perchè spesso dall'umile parola del vescovo scatta la 
scintilla generatrice di una suprema illuminazione neir intelletto 
del primo di tutti i vescovi. 

— È vero, è vero, Monsignore... a maraviglia! 

— Questo ricambio di carità e di sapienza circola per tutte 
le membra della sposa di Gesù Cristo; perciò noi ci rivolgiamo 
a voi, D. Pacifico, e v'invitiamo a manifestarci con fiducia di 
figlio quello che piacque al Signore svelarvi intorno alla tanto 
desiderata conciliazione del Papato con V Italia. 

— Ah ! Monsignore, questo suo comando mi schiaccia ; le po- 
vere mie forze non reggono a portarlo. Le pare. Monsignore ? io 
dare consigli ? Se non fosse morto da tanti anni il mio maestro 
P. Egidio da Formicola, anderei a lui per averne. Che cosa ho a 
dire io poveretto vissuto da tanto tempo tra il breviario e il ri- 
tuale ? No, no. Monsignore ; si volga ad altri. 

— Non alla vostra dottrina noi ci rivolgiamo, ma alla vostra 
umiltà e modestia, che attira nelle menti una rivelazione nascosta 
all'intelletto dei prudenti e sapienti del secolo... Via D. Pacifico: 
il tempo è opportuno alla pace e non è bene il perderlo. Abbiamo 
già in punto di stampa una Pastorale secondo la mente del S. Pa- 
dre. Vogliamo un vostro consiglio. 

— È un comando ? 

— Si. 

— Obbedisco... ma... Monsignore, potrebbe dispiacere in alto... 
sono tante le opinioni!... si potrebbe sapere... chi sa?... sono un 
povero cm'àto... le formiche si schiacciano 'senza che uno se ne 
accorga... Non vorrei che faticando per la pace universale mi 
scappasse dalla casa quella che con tanta gelosia ho custodito 
finora... Vostra Eccellenza Keverendissima che sa prendere le 
cose a volo, intenderà che io non per... 

— Modicae fidei ! — disse Monsignore con accento autorevole. 



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— Sì, è poca, Monsignore : Parva sed opta mihi ; ma basta a 
turarmi l'uscio della casa, perchè non mi scappi quella pace... 

— Quale pace trovereste più nella disobbedienza al vostro pa- 
store ! Le occasioni non tornano due volte. Il tempo stringe ed 
è a far presto. 

Allora D. Pacifico con molta unzione si segnò la fronte, e, data 
ima occhiatina in giro a vedere se vi fossero testimoni, inco- 
minciò : 

— Molti si sono finora travagliati intorno al nodo della così 
detta Qìiistìone Romana per scioglierla, e tutti se ne sono ri- 
tratti disperati, dicendo : È insolubile. Ed a ragione. Si tratta di 
roba tolta ad un possessore che non può cederla, e di un inva- 
sore che non può restituirla. Da due impotenze, come ella mi 
insegna, Monsignore, non può nascere ima potenza che metta in 
accordo le due parti. Nel campo della politica, del pubblico di- 
ritto, del giure canonico, dove sono state fatte le discussioni per 
conciliarle, io non sono entrato mai. Arrivare fino lassù mi era 
impossibile; e che feci? con bel garbo tirai giù la quistione e la 
collocai nel campo della coscienza cattolica, e incominciai a ra- 
gionare così : La breccia di Porta Pia fu un brutto affare, per 
cui Koma che era del Papa passò con la forza in altre mani. Chi 
aprì la breccia fu un determinato numero di soldati comandati 
da un determinato numero di uomini, che si chiamava Governo. 
Chi proprio si impossessò di Eoma fu un individuo morale, un 
universale, una nazione, V Italia. 

— Dite piuttosto, D. Pacifico, che fu la rivoluzione, vale a 
dire una minoranza di settari e di pochi cattolici illusi dall'idea 
di un'Italia unificata e potente. 

— È vero. Monsignore; fu una minoranza, né dico che tutti i 
trenta milioni d'italiani cospirassero con Cavour e tirassero can- 
nonate con CadoiTia a Porta Pia. Ma quando una minoranza, si- 



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— 17 — 

cura del fatto suo, approvato o tollerato per impotenza a com- 
batterlo, arrivi a comporsi in reggimento qualunque, a bandir 
leggi, a farsi vindice della sociale giustizia, in una parola, ad es- 
sere governo di fatto, quella minoranza diviene maggioranza, 
non per ragione numerica d'individui, ma per ragióne del prin- 
cipio di autorità che rappresenta. La nostra santissima religione 
da principio non fu che una minoranza di dodici pescatori. Ella, 
Monsignore, ben m'insegna, che per questo principio di autorità 
nell'economia sociale di un popolo cristiano non si danno interre- 
gni, sempre e dovunque ci preme il giogo dell'ubbidienza ai pre- 
posti, avvegnaché malandrini. Altrimenti la compagine della 
umana compagnia si risolverebbe in una ferina babilonia. Né al- 
l'osservanza di questa ubbidienza è mestieri di scienza politica a 
ricercare e discutere il diritto di chi governa; basta l'esteriore 
esercizio del principato. Ciijus est imago ista? disse Cristo ai fa- 
risei che lo volevano dare in mano alla polizia romana come ri- 
belle. Chi batte moneta in questo paese? Non poteva andare 
Cristo ad uno più elementare criterio di conoscenza per sapere a 
chi si debba obbedire. 

Quando i popoli si reggevano a monarchia assoluta, i principi 
regnavano e governavano ad un tempo, e se usurpavano roba e ra- 
gioni della Chiesa, i Papi sapevano a chi rivolgersi per farla re- 
stituire. Ma oggi i principi regnano e non governano. Il deposito 
delle leggi è nelle mani dell'universale, il governo è della nazione ; 
e se in quello è cosa malamente acquistata, il Pontefice può do- 
lersi di chi la usurpò, ma non può volgersi al principe perchè 
gli sia restituita. Perciò, richiesto ilKe d'Italia di restituire Eoma 
al Papa, non potè farlo, perchè non era più sua. Avrebbe dovuto 
riconquistarla con la forza al Papa, strapparla dalle mani della 
nazione e scompaginar questa col ferro del parricidio o con quello 
dello straniero. Quante stragi! quante rapine! quale naufragio di 



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ciutorità in temili di universale ribellione! Il Non possumì^s del 
Papa e del principe stettero equilibrati nella bilancia della giu- 
sti'/ia di Dìo. 

— D, Pucifieo, dubitiamo della vostra modestia. Con questa 
roba in capo dicevate di non sapere, di non conoscere,., vi h \m 
po' di malizia. Onde attingeste tutta questa scienza? 

^ Monsignore, l'ho raccolta per via; e di via ne ho ;^dii fatta 
molta, essendo oramai vecchio. 

— Come? 

— liceo. La mia scienza è un somaro con le ceste. Una parola, 
una sentenza, un non so che del cervello altrui (che cadeva per 
terra, Tho sempre raccattata come cotogni, e giù nelle ceate, fi- 
nirà che il somaro, perchè vecchio, piegherà le ginocchia e vuoterà 
le ceyte, come sta facendo alla presenza di Vostra Eccellenza 
Eeverendisfiima, e spargerà per terra i cotogni della mia scienza. 

Monsii^more sorrise, e, percotendo dolcemente con la mano la 
spalla di D, Pacifico, disse : 

— Avanti, che il nodo non è ancora sciolto. 

— Iddio faccia che vi arrivi. 

— Ne dubito. 

— In nome di Dio, le dico. Monsignore, che tutto il male av- 
venuto dal settanta in poi non fu voluto dal Signore, ma è certo 
che fn pel-messo da lui; ed è anco certo che, permettendolo, mi- 
rasse ad un gran bene avvenire. Di mali, che non sono eterni 
sulla terra, ne abbiamo avuto abbastanza, e tra questi il peggiore 
è stato quello della separazione del comun Padre dei fedeli dalla 
nostra ItaUa. Di questo scisma non curano i liberi pensatori, anzi 
ne godono; ma cìiì crede ne piange. I nati nel settanta non sanno 
più di Pai)a, del Papa che pontificava in S. Pietro, il quale con 
la pompa dei iiti cattolici ammaestrava alla contemplazione degli 
ideali elle non sono di carne e di sangue. La liturgia papale in 



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— 19 — 

S. Pietro, diceva il padre Egidio, è la teologia della plebe cri- 
stiana. Quei nati imparano a conoscere il Papa da certi giornali che 
lo mordono, lo deridono, lo flagellano come nemico della patria e 
di ogni civile progresso. Può Iddio permettere che questi giova- 
netti sedicenni addivengano uomini senza un alito di carità che * 
li tiri al petto dello sconosciuto padre e pastore? Non lo credo. 
Sedici anni di male sono anche troppo diuturni : il male non è 
eterno; e la impossibile sua eternità è appunto la forza che 
ad ora ad ora va sciogliendo il nodo di cui parliamo. 

Quale mutazione in questo decennio testé scorso. Monsignore ! 
Lo stesso è il veto che respinge dalle soglie del Vaticano ogni ita- 
liano che indossa l'assisa del suo Governo, lo stesso è il vetoclìe 
allontana i cattolici dalle politiche elezioni, sono ancora nascosti 
gli splendori della papale magnificenza per funebre ecclissi nella 
chiesa e nella città. Ma chi non sente in questi algori brumali 
il soffio di una primavera che viene e che la prima volta sen- 
timmo il dì della elezione in Pontefice Sommo di Gioacchino 
Pecci? Dal suo labbro mosse quel soffio quando, fallita la uni- 
versale benedizione dalla loggia di S. Pietro per immaturità dei 
tempi, il paternale desiderio si rimutò in quel soffio,primaverile 
che ci solleva il petto al respiro di una grande speranza. Quanta 
vigoria di propositi negli atti di questo provvidenziale Pontefice ! 
quanta fortezza di adesione e di tutela alle ragioni dell'aposto- 
lica Sede! e ad un tempo quanta benignità e cortesia di forme ! 
Si vede sempre sotto l'austera cappa del maestro che insegna e 
del giudice che definisce, il gentiluomo che alletta ed attira con 
la soavità dell'affetto. Pel suo esempio i vescovi non più fug- 
gono all'arrivo del Ke d' Italia, ma lo incontrano, l'onorano, lo 
benedicono. Quanta mutazione, Monsignore! Quanta mutazione! 

— Nìimqiiid divisus est Christus? disse allora il vescovo con 
certa severità pastorale. 



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— No, Monsignore ; non è Cristo che si scinde in due Pon- 
tefici, Tuno contrario all'altro; sono i tempi che si dividono. 
Pio IX stette a fronte di un male che nasceva ed incrudiva» 
Leone XIII a fronte di un male, che è vissuto abbastanza, ca- 
duco, perchè temporaneo. Uno è il Cristo, innumerabili le forme 
del sacerdotale ministero, per cui la nostra madre Chiesa al lata 
del suo sposo sfolgora di bellezza, circimidata varietate. Varie 
le forme, distinti e non contrari i Pontefici che le adoprano ; 
unico il deposito della fede, di cui hanno essi solo la chiave. 

Il fiore di questa nuova forma è già sbocciato sulla facciata 
di S. Maria di Firenze; ed ella, Monsignore, ben sa che i fiori 
sono sempre precursori del frutto. Iddio ci conceda coglierlo dal- 
l'altare di S. Pietro! E mi sta fitto nella mente che le feste fio- 
rentine, la benedizione impartita dall'Arcivescovo ai sovrani d'Ita- 
lia sia il prologo del Giubileo sacerdotale di Leone XIII. 

— Bello, poetico!... ma... 

— Intendo bene a che miri quel ma. Però ricordo di aver letto 
in un libro questa sentenza: che i grandi avvenimenti prima di 
divenire adulti sono sempre cullati sulle ginocchia della poesia. 

— È vero. 

— Mi lasci dunque poetare. Monsignore, che forse in quella 
che ella chiama poesia, vagisce il fatto generatore della conci- 
liazione che sfugge alle ricerche dei filosofi. 

È già corso per tutto il mondo cattolico il grido del papale 
Giubileo, e già una forza misteriosa tira in Koma popoli di sva- 
riate stirpi e costumi, tutti con la tessera in mano della loro fede, 
e la bandiera della loro patria ; tutti saranno accolti e bene- 
detti... solo l'Italia, l'Italia sola sarà sconosciuta e reietta? I fo- 
restieri saranno cittadini in casa sua, essa sarà straniera ? Larga 
di tanto ospizio al Beato Pietro, principe degli Apostoli, ministra e 
consorte dei suoi successori pontefici nella propagazione della fede 



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— 21 — 

e della civiltà per tutto il mondo... essa sola reietta? Ah! Monsi- 
gnore, le pare possibile? Il venti settembre, un giorno solo, potrà 
cancellare dal calendario della Eomana Chiesa diciannove se- 
coli di devozione e di servigi? 

— No. 

— Il Signore ha sequestrato nel petto del cristiano xm recesso, 
oscuro agli occhi dei profani, ma sempre illuminato dalla lampa 
delVetema giustizia, che si chiama (?05(?^m^a. Questa, interrogata, 
dà responsi non ragionati: il sì e il no è un giudizio già elaborato 
neirintelletto di colui che Tha creata. No, Monsignore, non è pos- 
sibile, la coscienza lo dice. Chiudiamoci, Monsignore, in questo 
santissimo recesso della coscienza, e nell'anno del papale Giubileo 
dai suoi cancelli forse vedremo cose mirabili. Noi vedremo la 
Provvidenza sopperire per ora ai mezzi della potestà terrena con 
quelli della filiale carità di tutta una nazione che gli offrirà il cuore, 
come rocca inespugnabile, dentro la quale il Pontefice sommo, 
tranquillo, mediterà la giustizia di tutti i popoli, e dai suoi spalti 
la propugnerà con la indipendenza e la libertà, con cui Cristo ci 
ha liberati. Noi vedremo-ia sedia gestatoria portata sulle spalle 
di trenta milioni d'italiani; noi vedremo sollevato tanto alto 
Leone XIII da quelle spalle robuste, che, abbassando gli occhi, 
non vedrà più su questa terra quistioni e dissidii. I suoi occhi 
affisseranno le porte di un nuovo impero, la signoria di tutte le 
coscienze stanche di guerreggiare, sitibonde di pace, libero ognuno 
di soggiacervi. Quelle porte si schiuderanno innanzi ai suoi passi 
al grido trionfale, che come torrente di gloria, proromperà dal- 
l'Alpi al mare: Ave, pbinceps pacis! 

D. Pacifico erasi trasfigurato in profeta. Monsignore piangeva 
di consolazione e lo abbracciò così forte, che il buon parroco, senza» 
volerlo, toccò con le labbra la sua croce pettorale, e la baciò. Poi, 
levando gli occhi : 



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— Ah] Monsignore, su questa croce fu sciolto iluodo della re^ 
denzione del moiido, e quanti altri nodi si scioglieranno! 

In questo il segretario del vescovo, dalle soglie della porta, 
disse: 

— È qui U proto della stamperia con le bozze della sua Pa- 
storale. 

— Ditegli che le consegni a D. Pacifico per le eoireziom. 



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